Poco a poco liberato dalla rigidità e dal controllo, un agglomerato di linee stratificate si sviluppa su uno sfondo statico e deserto in un’esplosione frenetica e dinamica come quella di un fulmine, dichiarando la sua presenza attraverso il suo ‘rumore’, non semplicemente quello di un fenomeno atmosferico, ma di un organismo vivente. Un vortice travolgente diventa metafora di un bisogno umano ancestrale: la ricerca di contatto e di un senso di appartenenza. In assenza di questi, il suo progredire diventa sempre più impetuoso e distruttivo, prigioniero disperato nella sua condizione di ‘singolarità’.